Eterna Roma

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5 thoughts on “Eterna Roma

  1. Romane fontane dimenticate

    di Fausto Corsetti

    Roma: città d’agosto, capitale calda, deserta, quasi innaturale.
    Una città che offre scorci interessanti quando non si è distratti dal suo caos metropolitano e il ritmo frenetico.
    Roma ferragostana, città silente, sorniona ma mai vuota che offre occasioni irripetibili di riappropriarsi di spazi, rapporti, incontri , difficili da percepire in altri giorni dell’anno. Il silenzio festivo irreale mattutino e quel borbottio liquido…delle sue fontane.
    Conoscere il numero delle fontane oggi esistenti a Roma è praticamente impossibile, poiché disseminate tra strade, piazze, cortili, giardini, palazzi e parchi, se ne contano alcune migliaia.
    E’ facile pensare che nessuna città al mondo possa vantare un numero di fontane superiore o uguale a quelle esistenti a Roma.Da sempre hanno costituito il principale arredo urbano della città, che si esprime sia nelle splendide fontane monumentali sia in quelle che, create unicamente per uso pubblico, sono poi divenute un elemento caratterizzante di quartieri e rioni, legandosi a leggende o eventi realmente accaduti.
    L’attrazione e l’interesse che le fontane suscitano a chi visita la città sono sintetizzabili nelle parole di Shelley, grande poeta e viaggiatore dell’ottocento: “Bastano le sue fontane per giustificare un viaggio a Roma”.
    In questo breve viaggio fra le fontane romane, vogliamo far conoscere alcune tra quelle meno note e imponenti che, costruite per soddisfare i bisogni del popolo, si sono radicate nella storia e nelle leggende della nostra città.
    Iniziamo dalla Fontana del Facchino che si trova in Via Lata ed è incastrata nelle mura del Palazzo De Carolis. Venne inizialmente attribuita a Michelangelo, ma è probabile che il suo autore sia stato Jacopo Del Conte, che la realizzò sul finire del cinquecento. La fontana ritrae un mitico facchino romano, tale Abbondio Rizio, noto per la sua erculea forza, ed è annoverabile fra le statue parlanti di Roma, poiché fu utilizzata frequentemente, come quella più famosa di Pasquino, per esporre spiritosi e corrosivi libelli indirizzati alla Curia e al governo pontificio.
    Addossata alla facciata della chiesa di Sant’Atanasio dei Greci si trova la Fontana del Babuino, così chiamata dai romani per la bruttezza della figura rappresentata, che invece è probabilmente la raffigurazione della divinità sabina Sauco o Fidio.
    Anche questa, come la precedente Fontana del Facchino, è considerata una delle statue parlanti di Roma.
    La Fontana del Mascherone venne fatta edificare dai Farnese nel 1570. Essa fu collocata in Via Giulia, in corrispondenza dei giardini di Palazzo Farnese, oggi sede dell’Ambasciata francese. Sia la vasca di raccolta dell’acqua che il mascherone da cui essa sgorga sono di epoca romana e provengono da una delle tante terme capitoline.
    Non sempre dalla Fontana del Mascherone sgorgava acqua poiché, in occasione di feste particolari, dalle sue cannelle usciva un ottimo vino dei Castelli romani, come nel 1720 quando – durante la festa organizzata per Marc’Antonio Zondadari, in occasione della sua elezione a Gran Maestro dell’Ordine di Malta – dalla fontana sgorgò vino per tutta la notte.
    La Fontana dell’Acqua Angelica si trova nel rione Borgo e, più precisamente, in Piazza delle Vaschette. Fu commissionata dal Comune di Roma all’architetto Buffa nel 1898 e inizialmente collocata a fianco della Chiesa di S. Maria delle Grazie, a Porta Angelica. Pur essendo di pregevole fattura, la notorietà della fontana è dovuta alle proprietà terapeutiche della sua acqua, ritenuta ottima per la cura delle affezioni delle vie biliari.
    La Fontana dei Libri si trova in Via degli Staderari, nota anche come fontanella della sapienza, è una delle fontane fatte realizzare dal Comune di Roma nel 1927 dall’architetto Pietro Lombardi per decorare il rione S. Eustachio. Ai lati della testa del cervo, simbolo del rione, ci sono quattro antichi libri che ricordano la vicina Università “La Sapienza” che, fondata nel 1303, continuò ad operare sino al 1935. Un particolare curioso è che il rione S. Eustachio viene erroneamente indicato come il quarto rione di Roma, mentre è l’ottavo.
    La Fontana della Botte è in Via della Cisterna, a Trastevere. Si tratta di un’altra pregevole opera dell’architetto Lombardi, realizzata negli anni Venti, su commissione del Comune di Roma. Per la sua progettazione, l’architetto si ispirò alle tante osterie che popolano questo storico quartiere romano, rappresentando gli elementi caratteristici di queste attività: la botte, lo sgabello e le fiaschette utilizzate per la mescita. Inizialmente la fontana non fu molto apprezzata dagli osti trasteverini, che venivano spesso accusati – a volte a ragione – di allungare il vino con acqua.
    Un’altra fontana, raffigurante un facchino, è quella posta in Largo S. Rocco che fu realizzata per conto della Confraternita degli Osti e Barcaioli nel 1774. La fontana ritrae un giovane popolano con il cappello da facchino che versa acqua in una botte, mentre nella fontana in Via Lata, costruita circa duecento anni prima, il facchino la versa dalla botte.
    Il 6 aprile 1644, appena pochi mesi dopo aver realizzato la celebre Fontana del Tritone, al Bernini fu affidato l’incarico di costruire una fontana bassa di piccole dimensioni da utilizzare come “beveratore delli cavalli”, che solitamente si costruiva accanto alle fontane monumentali. Il Bernini creò la Fontana delle Api, considerata un elegante saggio del Barocco romano. Ma, purtroppo, durante i lavori di sistemazione della piazza, l’opera andò perduta. L’attuale Fontana delle Api, posta alla fine di Via Veneto, è una copia realizzata con molte alterazioni dallo scultore Adolfo Apolloni.
    Queste sono alcune delle fontane che impreziosiscono le strade e piazze della nostra città e, sperando di aver suscitato l’interesse dei lettori, ci auguriamo che vogliano continuare in prima persona questo viaggio, tra le leggende, la storia e la magia dell’acqua che si fa arte.

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  2. PUNTO E…PASTA

    di Fausto Corsetti

    Si chiama così in ogni lingua del mondo: la pasta. Impensabile non dedicarle almeno un museo.
    Realizzato a Roma dalla Fondazione Agnesi, primo e unico al mondo nel suo genere, il Museo Nazionale dedicato alle paste alimentari rappresenta un allettante itinerario tra ghiotti, invitanti piatti…e non solo.
    E’ possibile così ripercorrere la storia di questo prodotto negli ultimi otto secoli, attraverso i vari macchinari usati nella filiera produttiva, le informazioni nutrizionali, le opere d’arte dedicate alla pasta, dall’antichità ai giorni nostri.
    Le undici sale del Museo mostrano anche i procedimenti usati nell’impastatura e nell’essiccamento, sia nell’antico processo artigianale che nella moderna tecnologia industriale. Gli ambienti espositivi propongono in una forma dialettica e simpatica tutta la storia e la genesi di un alimento considerato anche nel suo aspetto sociale, economico, nutrizionale e… artistico.
    E il pensiero inevitabilmente, tornando indietro nel tempo, ci rimanda a quando il pane era l’unico alimento presente sulle tavole o a quando doveva sfamare tante bocche: immagini e ricordi che la società dell’opulenza tende a rimuovere.
    Al pane e alla pasta è riservata un’interessante sezione dedicata alla “gramola”, la mola di pietra che amalgamava gli ingredienti, semola e acqua, per giungere, poi, alle possenti macine dei vecchi mulini sino alle più moderne impastatrici, realizzate dall’odierna tecnica che sembra un po’ uccidere la tradizione.
    Torna così alla mente, prepotentemente, il noto verso di una poesia di Renzo Pezzani : “Come sa di farina la casa”… una lode alle cose semplici di grande valore umano.
    E nella sala del grano fanno bella mostra i diversi tipi di pasta : penne, maccheroni, farfalle, fusilli, quadrucci, spaghetti …
    Una girandola di foto, filmati, poster e cartoline attrae lo sguardo incuriosito e divertito dei visitatori: testimonianze di personaggi celebri, di attori sorpresi dall’obiettivo nel rituale di assaggio o mentre assaporano, con voluttà, la buona e salutare pasta.
    Non manca, poi, in tale contesto un simpatico cenno al folklore e al teatro comico napoletano e veneziano: le furbesche maschere di Pulcinella, di Arlecchino e di Colombina si cimentano (data la leggendaria fame) con traboccanti piatti di maccheroni e il pensiero corre immancabilmente all’amato “romanaccio” Alberto Sordi nella celebre scena in cui abbandona il cibo americano agli animali domestici per tuffarsi in un abbondante piatto di provocanti spaghetti fumanti fatti da mammà!
    E’ senz’altro questo il museo dell’allegria, della gioia dello stare insieme, dello “spezzare insieme il pane”, del posto aggiunto a tavola, non soltanto per il valore dell’ospitalità, ma anche per una pausa tranquilla in tempi di fast-food e di relazioni improntate al “mordi e fuggi”.
    Il museo è, tra l’altro, in linea con il nostro tempo: attraverso la cultura della pasta, invita a riflettere sulle possibilità di contribuire alla flessione del livello di denutrizione nei Paesi sotto-sviluppati per raggiungere un traguardo socio-umanitario positivo e apprezzabile.
    Evviva, allora, il buon pane e la buona pasta per la gioia che questi semplici alimenti sanno recare sulle nostre tavole e per quella memoria di sane tradizioni che continuano a perpetuare!

    Indirizzo: Piazza Scanderbeg, 117 Roma
    Telefono: 06 6991120
    Orario: tutti i giorni, 9.30-17.30 incluse le domeniche, escluse le feste nazionali italiane

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  3. Cortesia metropolitana

    di Fausto Corsetti

    Luogo: Stazione Termini di Roma; il tempo: mattina ore 7,45, orario di arrivi frenetici. Un flusso continuo di persone si avvia verso i luoghi di lavoro o di studio.
    Vedo un uomo fermarsi, tirare su da terra una bicicletta incatenata a un pilone e caduta probabilmente per una spinta. Riaccostatala con attenzione al palo, quel signore riprende la sua strada. Tutto qua. Nessun gesto eroico, nessuna frase altisonante, il destino del mondo non ha subito interferenze. Eppure…eppure, quando ci ho ripensato, un sorriso mi è affiorato spontaneamente, gli spigoli della mia giornata per un momento mi sono sembrati meno acuminati.
    Non mi faccio illusioni che il vivere urbano possa riconquistare, come per un colpo di bacchetta magica, calore e disponibilità spontanea all’aiuto reciproco. Mi pare però che, nel suo peso infinitesimale, l’episodio cui ho assistito, ribadisca che la qualità del nostro vivere assieme è frutto certamente delle grandi scelte politiche e amministrative, dell’urbanistica e della sicurezza garantita dalle forze dell’ordine, ma questi ingredienti possono guadagnare piena efficacia solo se confortati dalla disponibilità interiore di ciascuno di noi.
    Non può esistere una città a misura d’uomo se quell’uomo non si sente a sua volta coinvolto, parte solidale e amichevole nei confronti di quanti altri con lui condividono lo spazio urbano.
    Spesso ci rimproverano di curare fin quasi all’ossessione gli spazi privati, la casa soprattutto, disprezzando viceversa tutto ciò che è pubblico, nella gradazione che va dal gettare a terra cicche, cartacce, gomme americane, pacchetti di sigarette, bottiglie o lattine, per arrivare agli “insidiosi” escrementi di cane non raccolti, fino agli atti vandalici che danneggiano spazi e strutture di uso comune.
    Se cresce il numero di quanti non si limitano a non commettere azioni sgradevoli, ma agiscono con gesti di rispetto civico, proprio come “quel signore”, o anche soltanto fanno percepire la loro riprovazione nei confronti degli atti negativi a cui prima facevo cenno, qualcosa può iniziare a cambiare.
    Piccoli gesti di convivenza, piccoli gesti di cortesia.
    Essere cortesi è un’arte che deriva da un forte impegno a usare l’intelligenza per capire le circostanze sociali e, in particolare, gli stati d’animo degli altri. Questo impegno, a volte faticoso e dall’esito incerto, può realizzarsi solo quando è sostenuto dalla motivazione di prendersi cura dei sentimenti altrui.
    La persona cortese ha un’anima gentile, sensibile alla sofferenza umana e con un senso di obbligo a fare del suo meglio per alleggerire la fatica del vivere. Questo senso di obbligo, tuttavia, non è pesante, noioso o pericoloso, non sceglie i grandi gesti, i violenti sacrifici o le prediche sublimi.
    La persona cortese e gentile usa con leggerezza, ma con costanza, i mezzi naturali in possesso di tutti gli esseri umani : un po’ di attenzione, un minimo di riflessione, una scelta di parole.
    Per gli esseri umani, la cortesia e la gentilezza sono facili, facili come sorridere.
    E a proposito di sorriso, accoglienza gentile e frequentazione di locali, non citerò contesti urbani noti per la ruvidezza delle relazioni umane… Dirò solo che odio quei negozi nei quali il gestore, o un commesso male addestrato, mi accoglie con un ringhio: “Dica!…”. Invece di dire alcunché, ho subito voglia di uscire.

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